Nutrirsi significa anche adattarsi

Ci sono periodi dell’anno in cui desideriamo spontaneamente un’insalata fresca e altri in cui l’idea di una zuppa calda sembra già, da sola, una forma di conforto.

In estate cerchiamo acqua, frutta, qualcosa di leggero. Poi arrivano le prime giornate fredde e quasi senza accorgercene torniamo verso il forno, le verdure cotte, le tazze calde tra le mani. Forse non è soltanto questione di gusto.

La dietetica cinese parte da un’idea semplice: non esiste un modo di mangiare giusto in assoluto, indipendentemente dalla persona e dal momento.

Siamo abituati a pensare all’alimentazione attraverso regole piuttosto stabili: questo alimento fa bene, quello sarebbe meglio limitarlo, questo è ricco di proteine, quello di fibre. La Medicina Tradizionale Cinese aggiunge un’altra domanda: adatto a chi, e in quale momento?

Lo stesso alimento può essere appropriato per una persona e meno per un’altra, oppure per noi stessi in un periodo e non in quello successivo. È uno degli aspetti della dietetica cinese che trovo più interessanti: toglie il cibo dalla categoria del “buono o cattivo” e lo inserisce in una relazione. Tra noi, ciò che mangiamo e l’ambiente in cui viviamo.

Nella visione cinese, infatti, l’essere umano non è separato dalla natura. Il caldo dell’estate, il freddo dell’inverno e il passaggio da una stagione all’altra fanno parte dell’ambiente al quale il nostro organismo cerca continuamente di adattarsi. Anche l’alimentazione può accompagnare questo movimento.

Non significa costruire ogni pasto secondo regole complicate. Può voler dire semplicemente osservare di più.

Nella dietetica cinese, infatti, conta non soltanto cosa mangiamo, ma anche comelo prepariamo. Crudo, cotto, bollito, saltato, arrostito: la preparazione modifica le caratteristiche dell’alimento e il modo in cui questo viene portato nel nostro organismo.

Ma c’è anche una stagione che sul calendario non compare: quella che stiamo attraversando personalmente. Ci sono momenti in cui ci sentiamo pieni di energia e altri in cui abbiamo bisogno di rallentare. Periodi in cui digeriamo facilmente e altri in cui il corpo sembra chiederci semplicità. Anche questo conta.

Ed è forse ciò che più mi piace di questo mondo antico di osservare il cibo: non ci consegna semplicemente un’altra lista di regole. Ci invita a prestare attenzione.

Nutrirsi significa anche adattarsi: alla stagione, alla propria costituzione, al momento che stiamo attraversando e al nostro equilibrio attuale.

Forse l’equilibrio non consiste nel trovare una dieta perfetta, ma nel riconoscere che anche il nostro modo di nutrirci può cambiare insieme a noi.

Ultimamente c’è una cosa a cui penso spesso. Ho la sensazione che, mentre tutto intorno a noi diventa sempre più veloce, una parte di noi stia iniziando a desiderare esattamente il contrario. Lo noto nelle piccole cose. Nel ritorno delle macchine fotografiche analogiche, nelle agende di carta, nella voglia di scrivere a mano e nei telefoni che fanno sempre meno cose, scelti proprio da persone che potrebbero avere in tasca tutta la tecnologia del mondo. Nel desiderio di cucinare qualcosa invece di ordinarlo, creare invece di comprare, avere un hobby e fare giardinaggio. E questa cosa mi incuriosisce. Perché contemporaneamente continuiamo a inventare strumenti che dovrebbero semplificarci la vita. Possiamo fare in dieci minuti quello che una volta richiedeva un’ora. Eppure non ho l’impressione che abbiamo più tempo. Anzi. È come se ogni volta che diventiamo più veloci a fare qualcosa, quello spazio venisse immediatamente occupato da qualcos’altro. Non abbiamo guadagnato cinquanta minuti. Abbiamo guadagnato la possibilità di fare altre cinque cose. E forse stiamo iniziando a sentirlo. è anche per questo che guardiamo con una certa nostalgia a un tempo che, ovviamente, non era perfetto e che probabilmente stiamo anche un po’ idealizzando. Credo che ci manchi qualcosa che apparteneva a quel modo di vivere. Fare una fotografia senza sapere immediatamente se è venuta bene. Scrivere qualcosa che non leggerà nessuno. Telefonare a una persona al telefono di casa e passare le ore a raccontare cose. Leggere senza che qualcosa ti interrompa. Fare qualcosa con le mani, lentamente, anche quando esisterebbe un modo molto più veloce per farla. Avere una parte della propria giornata che non deve essere condivisa, ottimizzata, accelerata o resa produttiva. Forse non abbiamo nostalgia degli anni Novanta. Forse abbiamo nostalgia della sensazione di poter essere da qualche parte senza dover essere, contemporaneamente, raggiungibili ovunque. E forse, mentre il mondo continua inevitabilmente ad andare avanti, vogliamo semplicemente tornare a sentire che il nostro tempo ci appartiene.

Things Worth Thinking About

Esserino non è una fata, non è una pianta e non è nemmeno un animaletto.

È un esserino.

Una creaturina che sente, cambia, impara e attraversa fasi diverse.

A volte è pieno di energia.
Altre volte vorrebbe soltanto avvolgersi in una coperta e non essere disturbato.

Si ascolta. Si perde. Si ritrova.
Cerca di capire cosa gli sta dicendo il corpo, segue quello che sente e, ogni tanto, non capisce assolutamente niente.

Ed è proprio per questo che è nato.

Esserino racconta, a modo suo, quello che succede mentre diventiamo.

Perché becoming non significa trasformarsi nella versione perfetta di noi stessi.

Significa conoscersi mentre cambiamo.

Con un po’ di natura, un po’ di ironia e tutte quelle contraddizioni che fanno parte di noi.

Storie di Esserino

What's Inspiring Me

Chi, come me, fa parte del club "leggo più libri contemporaneamente" alzi la mano. Lo so, sono colpevole. Ma non riesco proprio a farne a meno. Mi piace passare da un genere all'altro, alternare un romanzo a un saggio, un libro che mi emoziona a uno che mi fa studiare. Alla fine scelgo sempre in base a quello di cui sento il bisogno in quel momento. Attualmente, sul mio comodino, sono impilati questi quattro libri:

Verrà l'alba, starai bene - Gianluca Gotto

Super Gut – William Davis

101 riflessioni che cambiano il tuo modo di pensare - Brianna Wiest

Come dicevo, sono letture molto diverse tra loro. Si passa da un viaggio fatto di esperienze di vita e saggezza appresa anche dalle lezioni più difficili, alla crescita personale, con riflessioni stimolanti e capaci di farci osservare noi stessi e il mondo da prospettive nuove. Naturalmente non poteva mancare un’ approfondimento nel meraviglioso mondo del microbiota, per capire sempre meglio quanto sia strettamente legato alla nostra salute e al nostro benessere.

Manifesting

Una pratica che, in punta di piedi, sta entrando sempre più nella vita delle millennial è il manifesting. Se ne parla ovunque: libri, podcast, social. C'è chi lo considera una semplice moda e chi, invece, uno strumento capace di orientare la propria vita.

Ma c'è una domanda che spesso passa inosservata.

Come possiamo manifestare qualcosa se non sappiamo davvero cosa desideriamo?

Conosciamo ancora i nostri veri desideri? Oppure sono stati coperti dalle aspettative degli altri, dalle convenzioni sociali, dal lavoro, dalla famiglia, dai modelli che vediamo ogni giorno online?

Spesso i nostri desideri sono vaghi, confusi, privi di quella componente emotiva che rappresenta la vera benzina del cambiamento. Perché non basta dire "voglio cambiare vita": bisogna sentire con chiarezza, perché lo desideriamo.

E per chi è confuso? Per chi ha mille idee, mille interessi, ma non riesce a trovare la propria direzione?

Forse possiamo affidarci al nostro sentire per immaginare il futuro che desideriamo. Usare le nostre emozioni come una bussola, capaci di indicarci la direzione e di distinguere ciò che desideriamo davvero da ciò che abbiamo imparato a desiderare.

Perché solo un desiderio autentico ha la forza di guidare le nostre scelte, un passo alla volta.

Persefone

La leggenda di Persefone è una storia che parla di luce e di oscurità, di cicli e trasformazioni, di vita che muore e poi ritorna. Persefone era la figlia di Demetra, dea della fertilità e della terra rigogliosa. Era una fanciulla giovane e curiosa. Passava le giornate tra campi profumati e cieli limpidi, raccogliendo fiori. Tutto ciò che la circondava viveva della sua gioia: la terra fioriva, i raccolti erano abbondanti, i venti gentili. Era come se la sua presenza facesse nascere la vita. Ma il mondo, come lei stessa avrebbe imparato, non è fatto solo di luce. Un giorno la terra si aprì sotto i suoi piedi. Dal profondo emerse Ade, Dio degli Inferi, e in un attimo la rapì sul suo carro dorato, portandola con sé nel regno delle ombre.

Il cielo si fece silenzioso, la terra si spense.

Demetra cercò sua figlia ovunque. Vagò per il mondo senza sosta, chiedendo agli uomini, agli dei, agli animali. Quando comprese che Persefone era scomparsa, il dolore la consumò. Smise di nutrire i campi, lasciò che i fiori appassissero, che i raccolti si seccassero. La natura intera si spense con lei: nacque così il primo inverno, un tempo di freddo e di assenza. Gli uomini, che dipendevano dalla generosità della terra, iniziarono a soffrire. Zeus, per evitare che tutto il mondo sprofondasse nella carestia, mandò Ermes come messaggero negli Inferi per trattare con Ade. Il dio acconsentì a lasciar tornare Persefone alla madre, ma prima di farlo le offrì alcuni chicchi di melograno. Persefone li mangiò, forse per fame, forse per destino. Era un gesto piccolo, ma sacro: chi assaggia il cibo degli Inferi appartiene per sempre a quel regno. Fu stabilito un patto. Persefone avrebbe trascorso sei mesi all’anno sulla terra, con Demetra, riportando la fioritura e la vita. Gli altri sei mesi li avrebbe vissuti negli Inferi come sposa di Ade e regina delle ombre. Così la terra imparò a respirare a due tempi: primavera ed estate per la gioia del ritorno, autunno e inverno per l’attesa silenziosa. Quando Persefone risale, la natura si risveglia. Quando discende, tutto si ritira.

Ma dietro questa leggenda si nasconde qualcosa di più profondo di una spiegazione stagionale. Persefone non è solo la dea che segna il passare dei mesi: è l’archetipo della trasformazione.

La fanciulla luminosa che diventa regina dell’ombra. La donna che attraversa il buio e scopre che lì, nel silenzio sotterraneo, esiste una forza nuova, diversa, radicata. È la stessa forza che nasce in ognuno di noi quando attraversiamo un inverno interiore e ne usciamo trasformati. Persefone non è più solo la fanciulla che ride tra i fiori: è colei che conosce il buio e sa fiorire anche dopo averlo attraversato.

La sua storia ci insegna che la luce non si conquista fuggendo l’ombra, ma attraversandola con occhi aperti e cuore vivo. La leggenda di Persefone non appartiene solo ai libri di mitologia. Vive nei nostri corpi, nei nostri ritmi interiori, nei momenti in cui impariamo a fidarci del ciclo naturale della vita. Ci ricorda che non possiamo restare per sempre nella luce, ma che non dobbiamo temere l’ombra. Ci insegna che scendere non significa perdersi, ma trasformarsi. E così, anno dopo anno, la terra continua a raccontare la sua storia. I fiori che sbocciano a primavera non dimenticano l’inverno che li ha custoditi. La luce non dimentica il buio da cui è nata. Persefone continua a camminare tra due mondi, a ricordarci che la vita è un cerchio, e che ogni discesa è solo l’inizio di un ritorno.

Lo Yin, il Sangue e la Luna

C’è un ritmo che abita il corpo della donna, che non appartiene al tempo lineare ma a un ciclo continuo e antico.
È un movimento sottile, un’onda che si ritira e ritorna, che parla la lingua della luna.
È lo yin che scorre, la corrente silenziosa che nutre, accoglie e custodisce.
A esso appartiene il sangue, testimone della nostra ciclicità e della nostra capacità di rinascere.
Il sangue è la memoria della donna.
Porta con sé la storia delle madri e delle figlie, come un filo rosso che tesse la nostra identità, che ci ricorda la sacralità del corpo e la sua connessione con il mistero.
Ogni flusso è un atto di purificazione, un piccolo rito di ritorno a sé.

Lo yin è la forza che ci insegna a fermarci, è il buio fertile in cui i semi si preparano a germogliare.
Ci invita a riscoprire la bellezza della luna e della notte, a ballare sotto quel cielo, insieme alle voci silenziose delle nostre antenate.
Ci ricorda che non tutto va illuminato, che c’è saggezza nel non sapere e che la vita ha bisogno di pause per potersi compiere.

Il sangue va rispettato, nutrito, onorato.
Quando la donna impara ad ascoltare il ritmo del suo sangue, ritrova il suo potere ciclico: comprende che ogni fase ha la sua bellezza e la sua necessità.

Dentro la donna si intrecciano molte essenze primordiali, gli archetipi; danzano in lei seguendo il ritmo del sangue e della luna.
Si muovono silenziose le voci della Fanciulla, della Madre, dell’Incantatrice e della Saggia.
Sono presenze antiche, energie che si alternano e si intrecciano, donandoci la possibilità di essere ogni volta nuove e diverse.

La Fanciulla abita la primavera.
È il risveglio, la curiosità che apre lo sguardo, la fiducia che nasce dopo il buio.
Vive nei giorni che seguono il sangue, quando il mondo interiore torna a germogliare e il cuore si riempie di desideri.

Poi la Madre prende forma: è colei che nutre, dona e crea.
Non solo chi genera figli, ma ogni volta che mettiamo amore in ciò che facciamo, quando proteggiamo, sosteniamo, accogliamo.
La Madre è la luna piena, fertile di idee, generosa e compassionevole.
È la forza che sa trasformare la vita con la cura.

Quando la luce comincia a ritirarsi, giunge l’Incantatrice, la Donna Selvaggia.
È il tempo del discernimento. In lei la sensibilità si fa più acuta, l’intuizione si amplifica, la voce interiore diventa limpida.
L’Incantatrice è colei che non teme la trasformazione, che lascia andare ciò che non serve, che si prepara al buio come a un ritorno sacro.
È la magia che nasce dalla forza che si trova nella resa.

E infine, quando il sangue scorre, appare la Saggia, la Custode del silenzio.
È la luna nuova, la notte interiore, il tempo del raccoglimento e dell’ascolto profondo.
In lei riposa tutta la saggezza del femminile.
È la custode del mistero, quella che sa che ogni fine è solo un nuovo inizio.

Questi archetipi non vivono separati, ma si intrecciano dentro di noi come le stagioni della terra.
A volte una prevale, a volte si mescolano.
Accoglierli significa riconoscere la propria ciclicità, onorare il continuo nascere e morire che avviene dentro di noi, accettare di essere in costante mutamento.
Essere donna è questo: ascoltare le voci interiori che si alternano e imparare a danzare con loro, invece di opporvisi.
È accettare di essere mutevoli come l’acqua, profonde come la notte, fertili come la terra.
È ricordare che in ogni fase, anche la più silenziosa, batte il ritmo antico che unisce tutte le donne di ogni tempo.